Genitori alla pari

di redazione Volare

Condividere significa partire dal presupposto che la disparità di genere affonda le proprie radici nella ripartizione iniqua del tempo della vita domestica, familiare e lavorativa tra uomini e donne.

L’idea è quella di realizzare un sogno: vedere gli uomini e le donne di questo Paese dedicare lo stesso tempo al lavoro e al non lavoro, e quindi alla condivisione del lavoro di cura: lavoro, sì, non carico, altrimenti diventa complicato spiegarsi il motivo per il quale, quando ci si affida a terzi, la prestazione viene remunerata. A pensarci bene, la disparità di genere nel carico di cura si è quasi sempre risolta in dichiarazioni di principio e, laddove si è tentato di risolverla si è puntato all’obiettivo sbagliato, cioè aumentare la possibilità di conciliare vita e lavoro per le donne.

Dove ha trovato compiuta realizzazione, invece, si è tradotta in strumenti fiscali di sostegno alle famiglie, partendo dal presupposto – giusto – che chi ha un figlio merita l’aiuto dello Stato, e da quello – sbagliato – per cui il sostegno serve a sopperire una mancanza di lavoro, o una sua riduzione, sempre a discapito delle madri. Quello che è sicuro è che un sostegno non arriva mai per nuocere, ma la domanda è: come pensiamo di rimediare ad una cultura distorta con assegni e detrazioni? Impossibile.

Ed eccoci al punto: nessuno, o quasi, ha mai considerato il tempo il vero spartiacque della disparità di genere. E così, il nostro ordinamento considera obbligatoria la sola maternità, prevede congedi parentali impari, e questo significa una sola cosa, cioè che le diseguaglianze fra donne e uomini esistono fin dalla comparsa dei primi esseri umani e se vogliamo comprendere l’origine di questa distorsione dobbiamo risalire nel tempo fino ad allora e solo allora, forse, ripartiremo da basi più giuste, e magari vorremmo aggiornare questi diritti.

Condivisione significa affermare lo stesso diritto, per madre e padre, di prendersi cura del proprio figlio, della propria casa, e, in fondo, della propria vita. La condivisione del lavoro di cura diventa quindi la misura più efficace – se non l’unica – per abbattere gli stereotipi di genere: il lavoro produttivo al padre e la casa alla madre.

Un DDL che potremmo definire versatile, dalle molteplici chiavi di lettura, che vanno certamente dal diritto delle madri a non rinunciare alla professionalità per la scelta (il più delle volte condivisa) di fare un figlio, ma arrivano a rivendicare il diritto dei padri ad essere tali e ad avere, rispettivamente a lavoro e in casa, gli stessi diritti e gli stessi doveri delle madri.

Quale può essere, se non questo, il significato di “equità”?

Come condividere lo stesso tempo

Nel corso degli ultimi decenni si è assistito ad un progressivo mutamento in Europa dei modelli di vita e di lavoro: si è passati da quello tradizionale che assume una netta divisione di genere nel lavoro retribuito e non retribuito, con l’uomo principale responsabile del sostentamento della famiglia, a quello più attuale che si declina in una genitorialità – ovvero in un desiderio di genitorialità – equamente condivisa. Le indagini sull’uso del tempo condotte da anni a livello mondiale presentano una tendenziale, anche se lenta, maggiore propensione da parte dei giovani padri a dedicare non solo più tempo ma “lo stesso tempo” delle madri alle attività di cura. Ciononostante, è un fatto noto e comprovato che le donne italiane si fanno carico della maggior parte del lavoro non retribuito, avendo il triste vantaggio di circa cinque ore di lavoro domestico quotidiano in più rispetto all’ora e mezza circa da parte degli uomini.

Il contesto attuale è questo: mentre viviamo la crisi demografica più grave della storia, la pandemia da Covid-19 ha registrato dati sconcertanti relativamente all’occupazione femminile, restituendoci una situazione, se possibile, più avvilente di quella precedente. Nondimeno, laddove in Europa si registrano tassi di occupazione femminile più alti, unitamente ad un maggior bilanciamento nell’uso del tempo, vi è anche una maggiore realizzazione dei desideri di genitorialità. Non è un segreto infatti che la rinuncia al desiderio è legata ad esigenze lavorative e non è perdonabile, in un contesto che si propone di promuovere la parità di genere e la genitorialità a livello europeo condizionare, sia pur indirettamente, la libertà di scelta di partecipare pienamente al lavoro per le madri e quella di partecipare alla casa per i padri.

L’obiettivo del DDL Condivisione è proprio quello di parlare e promuovere la libertà e il diritto di tutti: madri, padri, e, perchè no, figli.

“Vogliamo una sinistra radicale, quindi intransigente sui principi, ma innovativa e curiosa sugli strumenti” , è in questo inciso del primo firmatario, il Senatore Tommaso Nannicini, che si trova lo spirito del DDL Condivisione e, più in generale, quello del nostro tempo.

Bisogna scardinare il sistema attuale e spingersi dove nessuno è arrivato mai. Bisogna agire sul tempo e farlo su tre livelli: persone, aziende, territori.

Persone:

Si inizia con l’introduzione di maternità e paternità obbligatorie e perfettamente egualitarie, per poi passare all’introduzione di congedi parentali identici per entrambi i genitori e ad un incentivo del part time di coppia e del lavoro agile.

Aziende:

bisogna rivolgersi direttamente a chi il lavoro lo dà, quindi alle imprese. Solo andando incontro alle imprese con anticipi retributivi e sgravi fiscali si può sanare il sistema attuale.

Territori:

come si fa ad essere genitori e lavoratori senza i nonni, in Italia? Un modo c’è, è quello di fortificare e affinare i servizi territoriali, per questo il DDL Condivisione prevede l’erogazione di un fondo ai comuni per i servizi integrati di sostegno alla genitorialità. I servizi sul territorio sono da considerare la “terza risorsa”. L’idea è quella di un bando aperto ai comuni per la realizzazione di servizi volti a favorire una logica di condivisione. Si tratta di interventi complementari al rafforzamento dei servizi educativi e all’infanzia, compresa la fascia 0-6 anni.

Per liberare i sogni di bambine e bambini, infatti, è facile immaginare che non basti un PNRR, ma un intervento mirato, che tenga conto delle specificità e delle esigenze di un dato territorio.

Non esistono rivoluzioni a costo zero:

“Lasciatemi dire, a costo di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore”, diceva Che Guevara, ma sappiamo che la verità è una: le rivoluzioni a costo zero non esistono. Il costo della riforma è di 4 miliardi.

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